di Claudia Sfetez pubblicato in versione ridotta su Quaderno di D&D n° 10 - in uscita 2013 Per tutta la sua vita contenuto, coccolato, protetto, riscaldato, consolato, cullato, mosso. È tutta la sua esperienza, tutto il suo mondo. Non conosce altro. Il bambino è così che si affaccia a questa nostra realtà, con questo bagaglio di conoscenze. Ed è questo che si aspetta di ricevere: altrettanto contenimento, altrettante coccole, protezione, calore, consolazione e movimento. Nel ventre della madre ha imparato a conoscere la sua casa, lei. Lei, che è stata la sua sicurezza, il suo unico punto di riferimento, la sua tana. E poi, il viaggio. Il viaggio verso una terra sconosciuta, fatta di molti opposti che con il tempo lo stimoleranno a crescere, ma che al momento mettono un po' di paura. E si sa, "il viaggio perfetto è circolare: la gioia della partenza, la gioia del ritorno" (D. Basili). È nel nuovo abbraccio alla madre che il nuovo nato dà significato alla sua esperienza e, si può dire, alla sua intera esistenza. È poi da lì, dalla tana, dal nido, dalla "casa base" che partirà per tutti i suoi viaggi futuri, che avverranno a poco a poco. Rispettare tutto ciò significa, per il genitore, ricreare quell'ambiente originale dove il bambino si è formato, il ventre materno; è questa l'esperienza dell'esogestazione, ovvero riconoscere il punto di vista etologico e biologico, che vede il neonato umano come un “prematuro fisiologico", partorito in anticipo per consentire il passaggio attraverso il bacino materno, pur sempre prima che il suo sviluppo sia completo. L’osservazione di un cucciolo di cavallo, ad esempio, porta alla nostra attenzione alcuni elementi chiave per meglio comprendere il cucciolo d’uomo: partorito dopo 340 giorni di gestazione, il cavallo alla nascita è dotato di capacità motoria e sensi sviluppati e funzionanti ed è in tutto e per tutto maturo ed emancipato. Il confronto con un neonato umano, incapace di deambulare, ci chiarisce il concetto di prematurità fisiologica: il cucciolo d’uomo non trascorre in utero tutto il tempo necessario alla maturazione, ma viene partorito “in anticipo” di circa 9-12 mesi. Ciò significa che il bambino necessita di completare la gestazione al di fuori dell'utero della madre. Pertanto, i suoi primi 9-12 mesi di vita extrauterina saranno caratterizzati da tutta una serie di bisogni e comportamenti più o meno parificabili a quelli che aveva in pancia. Ed è di nuovo lei che saprà fornirgli tutto ciò, e lui abiterà di nuovo il suo corpo. Portare il neonato significa in primis questo: consentirgli di abitare il corpo della madre, non più dentro, ma su di esso, addosso. Il dizionario italiano fornisce per il termine "portare" molti significati, tra i quali portare un peso, farsi carico di un peso, indossare (nei paesi anglofoni il vocabolo usato per "portare i bambini" è proprio babywearing), tenere, sostenere qualcosa o qualcuno, sopportare, supportare, trasportare, muovere qualcosa o qualcuno da una parte all'altra. Portare un bambino piccolo non è poi così diverso: significa farsi carico, letteralmente, di lui, tenerlo addosso, sostenerlo e poi muoversi insieme. Portare i bambini, in braccio e con l’uso di un supporto (come la fascia), è una pratica normale nella maggior parte dei paesi, eccezione fatta per quelli occidentali, dove la normalità corrisponde all'uso dei "contenitori per neonati" (a seconda del contesto e della necessità: ovetto, culla, lettino, sdraietta, carrozzina, passeggino...). Da uno studio del 2000 emerge che un bambino di 6 settimane è tenuto in braccio dalla sua mamma, escluso il tempo delle cure fondamentali, in media 61 minuti nelle 24 ore (17 minuti a un anno di vita). Viviamo in una società a basso contatto, incentrata sulla separazione del bambino dalla mamma, la quale inizia già dalla nascita (ospedalizzata e industralizzata) e viene portata avanti nel tempo tramite l'uso di surrogati come risposta ai bisogni anche primari del piccolo, allattamento artificiale preponderante, interazione soprattutto visiva e verbale con il bambino, uso di contenitori, sonno solitario; questa società è composta prevalentemente da famiglie mononucleari che non condividono le cure materne: l'impegno oneroso dell'accudimento del piccolo grava quasi esclusivamente sulla madre. Viceversa, le società ad alto contatto si fondano su un intenso rapporto fisico tra madre e bambino, che inizia subito dopo la nascita, avvenuta in ambiente domestico. Il neonato viene rispettato nei suoi bisogni, ai quali la madre risponde prontamente tramite contatto corporeo, viene allattato a richiesta, portato e gli è concesso il sonno condiviso. Questo tipo di società prevede le cure materne condivise, per cui la madre non è sola. La più grande differenza tra questi due tipi di società sta nell'aspettativa a lungo termine sulle caratteristiche comportamentali dell'individuo: c'è una stretta connessione fra le modalità di cura dei piccoli e come la persona dovrà essere da adulta. Nei paesi occidentali, l'obiettivo primario è plasmare adulti competitivi, obbedienti, individualisti, consumatori; pertanto, fin da piccoli veniamo allenati a ciò. L'indipendenza del bambino piccolo è spesso vista come qualcosa di estremamente positivo; tuttavia, il bambino ha bisogno di essere rispettato nelle sue fasi relazionali cicliche (già sperimentate in gravidanza): ogni cambiamento, relazionale e non, prevede necessariamente un adattamento, un tempo di simbiosi e soltanto dopo un tempo di separazione. Per ciascuno di noi, poi, è possibile separarsi soltanto prevedendo un successivo ri-abbraccio. Pertanto, il neonato ha bisogno di sperimentare la presenza della madre, fino al punto di darla per certa, per poi trovare dentro di sè le risorse per separarsi. Ovviamente, la separazione sarà graduale e progressiva: inizialmente tornerà sempre da lei, per poi spiccare il volo. In Italia, il più grande contributo scientifico alla cultura del portare è stato dato da Esther Weber, che non solo ha raccolto le evidenze scientifiche a riguardo e integrato le diverse discipline interessate, ma ha elaborato la fisiologia del portare, che si fonda su quattro elementi portanti: il contatto, il movimento, lo spazio e il legame. Laddove si porta come modalità di cura e non solo come mezzo di trasporto, il bambino viene visto e rispettato come membro attivo e attivante di una relazione, che la Weber definisce "portata". Vediamo questi quattro elementi dal punto di vista del bambino, che è quello che ha la nostra attenzione in questa sede. Il contatto con il corpo materno fornisce al bambino adeguata stimolazione tattile, educazione emotiva, regolazione della temperatura corporea e stimolazione delle strutture psichiche. La prima, secondo Ashley Montagu, è essenziale per uno sviluppo sano a livello fisico, psichico e sociale del bambino, in particolar modo negli anni preverbali, quando il sistema nervoso del piccolo sembra richiedere una sorta di nutrimento sensoriale. La comunicazione visiva eccessiva risulta essere superflua per il neonato e talvolta persino fastidiosa e iperstimolante. Il secondo aspetto è quello del contatto come strumento di comunicazione delle emozioni, le quali arrivano al bambino tramite la pelle, la postura e le tensioni muscolari. Come nella pancia viveva il mondo esterno attraverso la protezione perfetta del corpo della madre, così dopo la nascita viene iniziato all'universo degli opposti e ai suoi spesso violenti stimoli tramite lo stesso filtro: è così che il piccolo impara a sentire e a percepire attraverso il sentire e il percepire della madre. Il terzo aspetto è quello della termoregolazione, di cui il neonato non dispone in modo autonomo: qualora vi sia contatto pelle a pelle tra mamma e bimbo, si instaura una sorta di sincronia termica che consente alla mamma di agire da termostato per mantenere la temperatura ottimale del bambino. L'ultimo aspetto garantisce al neonato la creazione di un suo Io attraverso l'esperienza della superficie corporea: come la comunicazione sensoriale precede quella verbale, così l'Io-pelle preesiste all'Io pensante. Il movimento è la condizione basilare della vita a tutti i livelli: è espressione di salute e genera salute. Per il bambino portato, essere mosso significa ritrovare il ritmo conosciuto nell'ambiente uterino, essere spostato e trasportato, essere dondolato, cullato e consolato, seguire i movimenti di chi porta apprendendo così delle sequenze motorie, muoversi in modo attivo (adattare la sua posizione, rilassarsi, dare attenzione ad altri stimoli) e integrare gli stimoli sensoriali (sensi tattile, propriocettivo, uditivo, dell'equilibrio, visivo, olfattivo). Lo spazio adatto al neonato è uno spazio limitato, dove tramite il contenimento e il contatto, il bambino può percepire i suoi confini e imparare a sentire, tramite il riconoscimento dell'altro, sé stesso. Lo spazio portato dà sicurezza e protezione dagli stimoli esterni inadeguati o troppo intensi, funge da filtro tra l'ambiente e il bambino, fornisce contenimento, diventa luogo di riposo. In particolare, nelle settimane immediatamente successive alla nascita, questo spazio assomiglierà all'utero che lo aveva ospitato in precedenza, e lui ci passerà la maggior parte del tempo dormendo. Nell'arco di poche settimane, il bambino comincerà ad alzare la testolina e a curiosare fuori; dopo qualche mese, tirerà fuori anche le braccia. Dopo l'anno e soprattutto quando avrà imparato a camminare, ci ritornerà per ricaricarsi, per riposare e per avere ancora protezione in luoghi non conosciuti, fino a quando segnalerà ai genitori di non averne più bisogno. E' insomma in tutto e per tutto uno spazio per crescere. Il legame è un processo lento ed articolato, che va costruito passo dopo passo, non senza fatica sia da parte del bambino che da parte del genitore. Il portare è una modalità possibile nel favorire l'attaccamento, bisogno biologico e psicologico necessario per uno sviluppo sano del bambino. In questo percorso, il portare accompagna e sostiene la relazione mamma-bambino nell'arco dei tre anni in tutti i suoi passaggi: dall'incontro (conoscenza reciproca), alla personalizzazione del legame (simbiosi), alla base sicura, fino alla separazione. Come ostetrica, credo sia necessaria una riflessione approfondita della nostra categoria professionale su questi elementi di biologia, fisiologia ed etologia. Ashley Montagu ci regala una nuova definizione di nascita, la quale, secondo lui, “non costituisce né l’inizio della vita né la fine della gestazione, ma rappresenta una complessa e importantissima serie di mutamenti funzionali che servono a preparare il neonato per il passaggio dalla gestazione intrauterina a quella extrauterina”. In tal modo, l’antropologo conferisce alle contrazioni uterine del travaglio il ruolo fondamentale equivalente al leccamento che molte madri animali forniscono ai propri cuccioli per preparare gli apparati fondamentali ad una funzionalità adeguata. La nascita fisiologica assume così il compito di esperienza tattile imprescindibile per la salute del neonato. Montagu scrive inoltre: “L’unità biologica, il rapporto simbolico esistente durante la gravidanza fra madre e concepito, non cessa con la nascita: anzi, è naturalmente destinato a diventare, più che non durante la gestazione intrauterina, intensamente funzionale e reciprocamente legante”. Trovo molto motivanti queste parole, che evidenziano la necessità di un sostegno a tutto tondo, continuativo, a quella relazione mamma-bambino che nasce con il concepimento (o prima!) e continua con l’alternarsi degli stessi elementi fino alla fine del primo anno di vita del piccolo, per poi trasformarsi ulteriormente. L’ostetrica è chiamata (dalle leggi biologiche!) a dare un rinnovato peso alle proprie responsabilità nel periodo dell’esogestazione, non solo al fianco della madre, ma anche in difesa dei diritti, spesso sottovalutati, del bambino e della relazione diadica, che come abbiamo visto continua anche dopo il parto ad essere “gravidica”. Attualmente, sono in formazione come consulente Portare i Piccoli ®, percorso che mi sta fornendo nuovi strumenti anche nella mia professione ostetrica. Alla luce di questa mia formazione, vedo il portare come una risorsa capace di attenuare la soluzione di continuo che c'è stata tra la mamma e il bambino al momento della separazione del parto/nascita e che consente ad entrambi di ritrovare quell'abbraccio che durante gli ultimi mesi di gravidanza era stato necessario prospettarsi per potersi separare. Talvolta credo sia un vero e proprio strumento terapeutico da proporre* nei casi, non necessariamente patologici, in cui il trauma della nascita sia per la mamma o per il bambino un po’ troppo difficile da sopportare. Infine, l’osservazione della relazione portata può avere una valenza che potremmo definire diagnostica: osservando la modalità con cui la madre porta il proprio figlio e le eventuali difficoltà che incontra, è possibile comprendere molto sul legame mamma-bambino. Concludo con le parole dello scrittore Al Imfeld, il quale racconta che in Zimbabwe il bambino ha diritto di vivere in groppa alla madre dalla nascita ai tre anni: "questa groppa (...) è la rupe sulla schiena del mondo e (...) si tratta di una parte importante della schiena. Il bambino si trova "incollato" sul continente schiena in groppa, in quel luogo che serve per spiccare il volo, nel luogo di partenza nel viaggio della vita. (...) Iniziare la vita in groppa significa che nessun essere umano deve cominciare la vita tutto da solo e tutto da sotto, perché porta avanti la visione della madre." *consiglio caldamente alle ostetriche di non lasciare al caso o alla sola esperienza personale l'uso del portare come strumento terapeutico o diagnostico, ma di appoggiarsi alle consulenti del portare formate. Detto ciò, credo che l'ostetrica sia di per sé fornita di quella sensibilità e attenzione necessarie alla valutazione della relazione mamma-bambino: la "relazione portata" è un fattore valutativo aggiuntivo. BIBLIOGRAFIA: - Weber, E. Portare i Piccoli, Ed. Il Leone Verde, Torino, 2007 - Montagu, A. Il linguaggio della pelle, Grazanti ed., Milano, 1975 - McClure, V. Massaggio al bambino, messaggio d’amore, Bonomi ed., Pavia, 2001 - Gonzales, C. Bésame mucho, Coleman ed., Catania, 2005 Add Comment di Claudia Sfetez pubblicato su Quaderno di D&D n° 8 - febbraio 2012 L'uomo che intraprende il cammino verso la paternità, sebbene non sia fisiologicamente incinto, va incontro ad una profonda trasformazione, sia per gli enormi cambiamenti di vita sia per quanto riguarda gli aspetti psicologici (personalità, identità, ruolo). Infatti, la coppia va incontro ad una paradossale inversione di ruoli: durante la gravidanza, alcune valenze tipiche della polarità maschile si trasferiscono più o meno gradualmente sulla donna, e viceversa. Nello specifico, aspetti come l'estroversione, il visibile, la socialità, il calore e la luce, l'energia e in un certo modo anche l'egocentrismo, il possesso del territorio (ovvero la pancia, il bambino), la forza e l'aggressività, la combattività, la consapevolezza e la direzionalità, cominciano a poco a poco a manifestarsi nella donna incinta, considerata da tutti, al centro dell'attenzione, in piena trasformazione. Lei cambia, si espande e si manifesta, così come le sue emozioni e i suoi desideri, che possono portarla a difendere ciò che ha nel grembo con la stessa forza di una mamma orsa che protegge i suoi cuccioli. E' lei ad essere in uno stato definito "interessante". Viceversa, l'uomo si ritrova, di riflesso, catapultato in una dimensione prettamente femminile, caratterizzata da aspetti come l'invisibile, l'oscuro, l'introspezione, il mistero, il nascosto: il futuro padre diventa, di fatto, invisibile - il suo stato non è "interessante" agli occhi altrui. di Claudia Sfetez pubblicato su D&D n° 76 - marzo 2012 L’ostetrica è promotrice di benessere. La sua è l’arte del servizio, in cui essa riconosce, risponde e coopera con la natura. In tal senso, l’ostetrica è ecologicamente sintonizzata, fa un saggio uso delle risorse e rispetta l’equilibrio della natura. Elizabeth Davis, ostetrica E' assolutamente inevitabile: il misuderstanding accompagna fedele l'ostetrica libera professionista come un'ombra; ovunque lei vada, con chiunque essa si confronti, lui c'è. Nasce nel momento storico in cui l'ostetrica, da donna accanto alla donna - promotrice del sapere femminile, conoscitrice del corpo di donna, esperta di salute e di parti, che ripone la sua fede e fiducia nella natura e nelle sue mani -, ha subìto profonde metamorfosi ad opera di quel patriarcato violento che ha imposto sulle donne in generale la medicalizzazione e la spersonalizzazione di ogni ciclo evolutivo della loro vita. E' così che l'ostetrica si è ritrovata completamente alienata in una figura ausiliaria, succube e sottomessa allo specialista e alle sue disposizioni. Di certo è un ruolo che ci va molto stretto, è come voler imprigionare il mare in una bottiglia, o come legare le donne sul lettino da parto: puoi provarci, avrai dei risultati, ma presto o tardi i tuoi tentativi ti si rivolteranno contro. E l'ostetrica ha saputo trovare la forza per rialzarsi in piedi - processo ancora in atto - proprio attraverso quell'accademizzazione tanto voluta dal mondo medico, che può dare la svolta alla professione e colorarla di concetti come "emancipazione", "crescita", "autonomia", "parità dei ruoli". Piango ma non so il perché- Le difficoltà di adattamento, nel dopo parto, della donna e del bambino01/06/2011 di Claudia Sfetez pubblicato su D&D n° 73 - giugno 2011 "Ci si può sentire persi nei luoghi più familiari" Quando una donna ha pensato, immaginato, desiderato, concepito, custodito, dato al mondo suo figlio, cos'è che la fa sentire persa nella sua stessa famiglia? Capita a volte, di assistere delle donne che si sentono proprio così, perse. Che guardano il proprio bambino con occhi vuoti, seppur non facendogli mancare nulla, oppure che esplicitano il desiderio di lanciarlo fuori dalla finestra. Che, sebbene abbiano sempre parlato di allattamento al seno, alla prima difficoltà gettano la spugna. Che, quando il piccolo piange, lo consegnano silenziose alle braccia protese e eccitate di mamma o suocera, che le insegneranno che "così non si fa, non vedi che ha mal di pancia?, dallo a me". Di Claudia Sfetez pubblicato su D&D n° 70 - settembre 2010 Nel 2007, per motivi di lavoro, mi sono dovuta trasferire nella città di San Daniele del Friuli in provincia di Udine. Poiché in quel momento mi sembrava un'idea piuttosto allettante, carica di eccitazione, accesi il mio portatile, googlai San Daniele e scoprii così il concetto di "Città Slow". Wikipedia mi insegnò chequesta rete di comuni, di cui faceva parte il paesino friulano, si impegna nel migliorare la qualità della vita degli abitanti e dei visitatori, promuovendo una filosofia di vita all'insegna di ritmi più umani ed ecosostenibili. La trovo una storia interessante. Ammetto di saperne molto poco sul progetto in questione, ma l'idea di fondo è decisamente sintomo di una società malata di fretta. O meglio, l'idea di fondo è una proposta di cura: rallentare, andare piano. Di Claudia Sfetez pubblicato su D&D n°69 - giugno 2010 "Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli". Il signor William Shakespeare, per bocca del povero Amleto, aveva già capito qual era il nocciolo della questione, o meglio, della vita stessa: abbandonarsi al caso o costruire il proprio percorso? Essere o non essere, ossia scegliere o non scegliere? Ovviamente, rispondere a questa domanda è già una decisione, la prima che dobbiamo compiere, poiché anche la non scelta, la delega, è una responsabilità grande che può scatenare effetti di entità importante. Il punto numero zero sta quindi nel fatto che l'alternativa alla scelta è la non scelta, che come vedremo fa spesso da sfondo anche nel percorso maternità. di Claudia Sfetez
pubblicato su Maiablog - 25 aprile 2010 Non è poi tanto difficile comprendere come mai le foreste antiche e le donne anziane sono considerate risorse di scarsa importanza. (...) si rifanno ad archetipi istintuali fra loro connessi, e pertanto sono erroneamente considerati privi di grazia e gentilezza, totalmente e istintivamente pericolosi e rapaci. Clarissa Pinkola Estés LETTERA AMAREGGIATA E PERPLESSA A CHARLES BAUDELAIRE - PROVOCAZIONE SULL'ANALGESIA IN TRAVAGLIO25/04/2010 di Claudia Sfetez
pubblicato su Maiablog - 25 aprile 2010 "...e i meno sciocchi, arditi amanti della Demenza, che fuggendo il grande gregge recintato dal Destino, si rifugiano nell'oppio senza fine." Charles Baudelaire, "I fiori del male" di Claudia Sfetez
pubblicato su Maiablog - 16 marzo 2010 Storie di vita vissuta 1. "E ci spieghi cosa succede quando un ginecologo visita una donna? Cioè, cosa fa?" "Il ginecologo deve vedere e sentire che l'apparato genitale femminile stia bene. Per sentire usa le mani, per vedere usa lo speculum. Sapete che cos'è lo speculum? Ne avete mai visto uno?" "No" "Ecco, questo è uno speculum" "..........woooooow, dovreste chiamarlo... mmm... penetretor!" ...i maschi soffrono di una diffusa forma di egocentrismo fallico fin dalla più tenera età. di Claudia Sfetez
pubblicato su Maiablog - 9 marzo 2010 Solitamente funziona così. "E tu, Claudia, che lavoro fai?" "Io sono un'ostetrica" "Maddaiii, e lavori al Burlo??" (N.d.R. Ospedale di Trieste) "No, sono libera" -sguardo perplesso- "Lavoro come professionista libera" -sopracciglio destro alzato- "Sono una libera professionista, autonoma, non dipendo da nessuno se non da me stessa e dalle donne" |


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